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«Non hanno fatto i tagli previsti dal Pnrr»


Deciderà Palazzo Chigi. Finisce così il lungo braccio di ferro tra governo e quattro regioni a guida centrosinistra sul dimensionamento scolastico. Oggetto del contendere è una delle riforme previste dal Pnrr, che prevede la «riorganizzazione» degli istituti scolastici con l’obiettivo di adeguarne il numero alla popolazione studentesca su base regionale. Di fatto, un accorpamento di istituti. Ma che il fronte progressista teme possa tradursi in futuro in possibili tagli alle classi. Rischio che invece il ministero dell’Istruzione smentisce, ricordando tra le altre cose che la misura era stata varata «dal precedente governo», ossia quello di Mario Draghi.

Le critiche

In ogni caso, quattro regioni con giunte di centrosinistra (Toscana, Emilia Romagna, Umbria e Sardegna) finora si sono opposte al progetto, a costo di mettere a rischio l’erogazione dei finanziamenti del Piano di ripresa e resilienza. Almeno fino a ieri, quando dopo un tira e molla andato avanti per diversi mesi il consiglio dei ministri ha deciso di commissariarle. In altre parole: sugli accorpamenti di istituti deciderà il governo nazionale. Una mossa che, com’era prevedibile, ha scatenato le ire delle quattro regioni in questione, oltre che dei partiti di opposizione che esprimono quelle giunte.

Va giù duro il Pd con una sequela di affondi: «La scelta del governo di procedere alla nomina di un commissario ad acta per le regioni – attaccano diversi parlamentari tra cui Anna Ascani e la responsabile scuola dei dem Irene Manzi – sembra voler ridurre ogni questione a un semplice calcolo matematico, ignorando le peculiarità geografiche, sociali e culturali che ogni regione porta con sé». Un grave «diktat», insomma. Sferza pure il M5S, con la presidente della Sardegna Alessandra Todde: «La scuola sarda merita rispetto e risorse, non risparmi e tagli burocratici». Sulla stessa linea della governatrice umbra Alessandra Proietti: «Non si possono tagliare le autonomie scolastiche, così si insiste su situazioni già deboli a livello di popolazione e si alimenta un senso di sfiducia». Mentre il romagnolo Michele De Pascale fa notare come l’Emilia Romagna sia già «molto più virtuosa rispetto ai parametri nazionali, con una rete più efficiente della media», ciononostante «ci viene imposto un ulteriore taglio di 17 autonomie. Per noi difendere la scuola pubblica è una scelta morale». Imbufalita l’assessora toscana Alessandra Nardini: «Fin dall’inizio di questa vicenda abbiamo sempre ribadito un concetto chiaro: sulla scuola pubblica non si taglia ma si investe». Critiche anche da Italia viva: «Sei di centrosinistra? Allora ti commissariamo», punge Raffaella Paita.

Per l’anno scolastico 2026/2027, il dimensionamento prevede la riduzione del numero di autonomie scolastiche da 8.089 a 7.309 su scala nazionale. Mentre le precedenti leggi di bilancio avevano stabilito che non potessero esistere autonomie scolastiche con meno di 900 studenti, salvo condizioni particolari legate ad aree montane o insulari. Ecco perché le Regioni avrebbero dovuto decidere dove e come tagliare, o meglio accorpare i diversi istituti. Alcune, invece, si sono opposte. Anche se – ricordano dal ministero – la Corte costituzionale si è pronunciata in tre occasioni sulla riforma, confermando «la legittimità dell’operato del Governo» e richiamando «la necessità di una cooperazione tra tutte le istituzioni coinvolte». Inoltre, viene spiegato, i ricorsi presentati dalle Regioni inadempienti sono stati respinti con tre sentenze del Tar e sei pronunce del Consiglio di Stato. Alle Regioni erano state concesse anche due proroghe: una fino al 30 novembre, la seconda fino al 18 dicembre. Invece, niente. Motivo per cui il commissariamento si è reso «inevitabile».

Il nodo fondi

Il rischio, in caso contrario, sarebbe quello di perdere i fondi del Recovery peraltro già erogati. «Si tratta – spiega il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara – di un provvedimento necessario per assicurare il rispetto degli impegni assunti dall’Italia con l’Unione europea nell’ambito del Pnrr», oltre che «per garantire il regolare avvio del prossimo anno scolastico. In questi tre anni – rimarca ancora Valditara – l’azione del governo è stata orientata alla leale collaborazione istituzionale, con l’obiettivo di tutelare la qualità e la continuità dell’attività scolastica». Motivo per cui, alla fine, si è deciso per il commissariamento.


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