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«Nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia»


ROMA «Nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia». Sergio Mattarella, in piedi nello Studio alla Vetrata, sfoglia le pagine dell’«album immaginario» della Repubblica. Sono passati 80 anni da quel 2 giugno del 1946 che fu «spartiacque della storia». E nel discorso di fine anno agli italiani — quindici minuti, la Costituzione aperta alla sua destra e l’immagine della ragazza che sbuca da una prima pagina di giornale alla sua sinistra, icona della svolta con cui gli italiani dissero no alla monarchia –, il presidente ne ripercorre i momenti luminosi e quelli bui. Dai quali, seppur non senza «lacune e contraddizioni», la democrazia italiana ha saputo rialzarsi, ripartire. Più forte di ogni ostacolo. «L’Italia della Repubblica è una storia di successo nel mondo. Possiamo e dobbiamo esserne orgogliosi».

Non nasconde le difficoltà, Mattarella. Quelle passate e quelle recenti («si chiude un anno non facile», è l’esordio, «speriamo di incontrare un tempo migliore»). Ma se c’è un filo rosso, nel discorso, è quello della speranza. «Riflettere su ciò che insieme abbiamo conquistato — avverte — è la premessa per poter guardare al futuro con fiducia e con rinnovato impegno comune». È un invito a rifuggire la rassegnazione, l’indifferenza. Dipende da noi, perché «la Repubblica siamo noi. Ciascuno di noi». E dunque tocca a ognuno, in prima persona, impegnarsi per difendere quelle conquiste raggiunte in 80 anni di storia che alcune «crepe» minacciano di mettere a rischio. Comportamenti come «corruzione, infedeltà fiscale, reati ambientali», che «feriscono il bene collettivo». Perché nessun traguardo, se prevale il disinteresse, «è mai acquisito definitivamente».

I GIOVANI
È lo stesso appello che il presidente rivolge ai giovani, nella conclusione del messaggio. È come se Mattarella guardasse negli occhi le centinaia di ragazzi e ragazze italiane che incontra ogni anno nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro. «Chi vi giudica senza conoscervi davvero — dice loro — vi descrive come diffidenti, distaccati, arrabbiati». Non è così. «Non rassegnatevi», è l’invito: «Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro. Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna».

È un appello alla coesione sociale «nella libertà e nella democrazia», la «nostra vera forza». Quello che «ci ha consentito di fare dell’Italia il grande Paese che è oggi». Ed è diretto a tutti. L’impegno, insiste il capo dello Stato, deve partire da noi. Anche quello per la pace, tema con cui inevitabilmente si apre il discorso.

Pensa alle devastazioni dell’Ucraina, Mattarella, al dramma di Gaza, dove «neonati al freddo muoiono assiderati». E punta il dito contro quegli autocrati, come Putin, che alla pace si oppongono: è «incomprensibile e ripugnante il rifiuto di chi la nega perché si sente più forte». Cita Leone XIV, l’invito del pontefice a «disarmare le parole». Al papa il presidente ha inviato un nuovo messaggio ieri, proprio in occasione della giornata della Pace. «Non è un’utopia per ingenui ottimisti» ma «precondizione per la sopravvivenza dell’umanità», ammonisce l’inquilino del Colle, che non può che constatare «gli insufficienti passi compiuti» verso un orizzonte di cessazione dei conflitti. E ancora: «L’Italia, che ripudia la guerra, resta fermamente impegnata a offrire il suo contributo per la composizione dei conflitti in corso».

IMPEGNO QUOTIDIANO
Ma la pace comincia «dalla vita quotidiana», ribadisce il presidente parlando agli italiani a San Silvestro. È innanzitutto «un modo di pensare: vivere insieme agli altri, rispettandoli, senza pretendere di imporre loro la propria volontà, i propri interessi, il proprio dominio». Vale anche per la politica, che invece di sfruttare ogni circostanza come «pretesto per violenti scontri verbali, per accuse reciproche di cui non conta il fondamento ma soltanto la forza polemica», farebbe meglio a far suo l’esempio dei costituenti del ‘46. Che «di mattina discutevano e si contrapponevano sulle misure concrete di governo», e invece poi «nel pomeriggio, insieme, componevano i tasselli della nostra Carta costituzionale». Il messaggio è chiaro: sulle grandi sfide del nostro tempo, sugli obiettivi che trascendono la singola legislatura e il singolo governo, bisogna lavorare insieme. Guardando proprio all’esempio del ‘46. Per la prima volta in quell’occasione votarono e furono elette le donne: fu l’inizio di un percorso, «ancora in atto, verso la piena parità».

Il «film della memoria» prosegue. Mattarella cita la stagione delle grandi riforme: la riforma agraria, il Piano Casa, che fa venire in mente «le difficoltà delle giovani coppie a trovare casa nelle nostre città». E poi ancora: il miracolo economico, di cui prima l’Alleanza atlantica e poi l’integrazione europea furono elementi essenziali (e ancora oggi devono rappresentare le «coordinate della nostra azione internazionale»). E poi l’impegno nelle missioni internazionali e il suo costo in termini di vite, come «il sacrificio dei nostri aviatori a Kindu, in Congo, nel 1961». E ancora: le olimpiadi di Roma del ‘60, con le prime paralimpiadi della storia. Fino alla lotta al terrorismo rosso e nero, «la notte della Repubblica» e quella alla mafia, con Falcone e Borsellino. «Ma l’Italia prevale», è la lezione che sottolinea Mattarella.

Ricorda i progressi dei decenni passati, l’istituzione del sistema sanitario e di quello pensionistico universale: «Condizioni da preservare di fronte ai cambiamenti di ogni tempo». È un «grande mosaico», la storia di questi ottant’anni, in cui ognuno ha «messo la propria tessera». Una storia «frutto del sacrificio, dell’impegno di generazioni di italiani». Ecco perché occorre ricordare chi siamo, «per poter guardare al futuro con fiducia e rinnovato impegno comune». Lo dice ai giovani, certo, ma anche ai meno giovani. Eccolo, l’augurio di Mattarella per il 2026: siate esigenti, siate coraggiosi.

Andrea Bulleri

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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