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«In Rai ti chiedevano la raccomandazione, i produttori ti guardavano le gambe. Muccino? Dopo trent’anni è sempre geniale»


Nel 1999 Anna Galiena conobbe il quasi esordiente Gabriele Muccino, allora 32enne, sul set di Come te nessuno mai, il suo secondo film da regista. Oggi, a distanza di 27 anni da quel primo incontro, i due artisti si ritrovano di nuovo per un vero esordio, quello di Muccino in teatro, con l’adattamento del suo film del 2018 A casa tutti bene. Galiena è Anna, la matriarca della famiglia, interpretata al cinema da Stefania Sandrelli.
Come lo ha trovato, Muccino?
«Lo stesso di prima, trent’anni più vecchio. Sempre geniale: ha capito subito che l’attore di teatro, abituato a muoversi nello spazio e a usare la voce, ha esigenze diverse da quello del cinema».
Che ricordi ha di «Come te nessuno mai»?
«L’entusiasmo, la macchina da presa che ci seguiva passo passo, un ambiente creativo. Gabriele ci fece fare delle prove a tavolino prima di iniziare. Andavamo tutti molto d’accordo. Anche con Silvio (Muccino, il fratello con cui Gabriele non ha più rapporti, ndr)».
Sarete all’Ambra Jovinelli, a Roma. È legata alla sua città?
«Moltissimo. Il mio più antico avo era un lanzichenecco, un tipo poco raccomandabile che poi si stabilì in zona Malborghetto. In casa abbiamo tutti nomi latini: papà Cesare, mia sorella Velia, mamma Clelia, poi Tullio, Vittoria, Ezio… eravamo la Roma del generone».
Il posto di Roma del cuore?
«Un luogo dove mi portò un amico, Marco Marocchini. Ci si accede tramite l’Isola Tiberina, è la base di uno dei piloni del ponte. Ti metti a livello del fiume e mediti in mezzo al rumore assordante dell’acqua».
Come Muccino, lei ha fatto un’esperienza negli Stati Uniti. E poi è tornata. Pentita?
«Nessun rimpianto. L’Italia quando sono tornata non mi ha aperto le porte. Ma gli italiani sono stati più accoglienti dei francesi: quelli, se gli dici di no, se la legano al dito. Patrice Chéreau, dopo che ho rifiutato un ruolo nella Reine Margot non mi ha chiamata più».
Ha fatto l’Actor’s Studio…
«… che poi è morto. Ora è un brand, una scuola, pur rispettabile, ma in cui paghi per entrare. Ai miei tempi era un ristretto club di eccellenza. Democratico: chiunque poteva fare un’audizione».
È rimasta in contatto con gli allievi più celebri?
«Dei famosi, solo con Frances Fisher. Lei era molto ricca, io poverissima. Abitavo in un bel quartiere, ma dormivo nel sacco a pelo. Mi regalò una radio. Avevo solo due cassette: una registrazione pirata della Callas e il concerto per violino di Brahms».
Racconta che, quando tornò in Italia, si stupì perché le chiedevano la raccomandazione. Oggi è diverso?
«In Rai ti chiedevano la raccomandazione, i produttori invece ti guardavano le gambe. Cambiato? No, questa è la nostra realtà. L’Italia è ancora un paese di conoscenze».
Lavorò anche con Francesco Nuti, in «Willy Signori e vengo da lontano». Fu un bel set?
«Fu un set difficile. A Nuti piaceva la notte. Ricordo che a fare l’aiuto regista c’era Ferzan (Özpetek). Mi sembrò subito un ragazzo molto interessante».
Tante sue colleghe hanno scritto biografie. Lo farà?
«Mi piacerebbe, ma ho un problema di discrezione. Al limite la scrivo e la faccio pubblicare postuma».
Alla regia ha pensato?
«Certo, ma non me la fanno fare. Ho un progetto, non trovo il produttore. Purtroppo non sono capace a vendermi. Speriamo di riuscire a girare la mia storia prima di morire».
Nella sua vita ha fatto anche la concorrente a «Ballando con le stelle». Perchè?
«Fui convinta da Milly Carlucci, le prime puntate che avevo visto mi erano piaciute. Poi però, quando sono arrivata in studio, ho trovato un clima da reality che non mi è piaciuto. Amen. Sono contenta di come ho ballato il tango».
Che le manca? Un David di Donatello, per esempio?
«Sono sempre stata nominata ma non l’ho mai vinto. Che dire? Decidono loro. Come con i grandi autori: se mi vogliono, sto qua. Ma io mi espongo il meno possibile, sto bene così».

© RIPRODUZIONE RISERVATA
 


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